Uno degli atti che più mi ha colpito e dal quale ho imparato di più sul mondo oggi, nel sempre incredibile Meeting di Rimini, è stato l’incontro sul nichilismo. L’intervento chiarificante del professor Eugenio Galimberti ha indicato come punto centrale del nichilismo il passaggio da una concezione del tempo futuro come promessa e, quindi, positiva, a una in cui il futuro è pura incertezza, se non direttamente una minaccia. Ciò è avvenuto, secondo lui, come conseguenza della scomparsa della cultura cristiana, in cui il futuro è il tempo della salvezza ed è, quindi, buono, e dell’espansione del nichilismo, in cui il tempo non lo è, più che una semplice successione di istanti insignificanti. Basta guardare a come i giovani vivono tante volte nel mero presente senza alcuna prospettiva di futuro, in quel susseguirsi di momenti vissuti senza senso.

Senza alcun dubbio, queste due posizioni vitali sono state messe sul tavolo in modo molto chiaro in questa pandemia di COVID-19. Paura di un futuro minaccioso o fiducia in un futuro in cui i problemi possono essere risolti. Una delle cose più impressionanti della Chiesa e del cristianesimo è che non è in questo mondo per risolvere problemi concreti. Quello che fanno soprattutto è metterci nella posizione ottimale del cuore per poterli affrontare e rispondere a loro. Don Giussani, nel suo celebre libro Il senso religioso, ha chiamato questa posizione della morale del cuore: “Stiamo parlando di quel tipo di oggetti in cui la nostra persona si gioca alla ricerca di un significato per sé o quel tipo di oggetti che si propone alla nostra persona come pretesa di significato per essa: il problema del destino, il problema affettivo, il problema politico mi sembrano le tre categorie cui si può ricondurre questo tipo di oggetti della conoscenza.”(Milano, Rizzoli, 2010, pp. 35).

aura o fiducia Nichilismo o cristianesimo. Entrambi con una mascherina, ovviamente, ma quali differenze nascono da questi due atteggiamenti verso il futuro!

Due esempi concreti:

Uno. Lo scorso luglio andai a prendere in auto un’amica con un cancro terminale. Le era appena uscito un nuovo nodulo tumorale. Appena salita, mi chiese subito se non avessi paura di morire, di non vedere mai la famiglia, gli amici, le cose che si amano di più.

Le ho detto – ed è stata una di quelle volte in cui ti accorgi che quello che dici è più grande di te stesso – che la vita consiste nel cercare un Tesoro (Mt 13,44-46) che vale più della vita stessa, più di tutta la sua ricchezza, padri, madri, famiglia o amici, e che per quel Tesoro valeva la pena lasciare tutto e andarsene. Le dissi che avevamo entrambi lo stesso compito, anche se lei era in una posizione migliore di me, perché nelle sue condizioni non poteva essere distratta dal denaro, dall’orgoglio o dal potere, ma ogni giorno poteva entrare per conquistare questo Tesoro. In ogni caso, abbiamo entrambi lo stesso compito quotidiano.

Due. L’altro giorno ricevo una lettera della figlia di un amico che, dopo aver finito il liceo e prima di iniziare l’università, si parte in missione per un anno nelle Filippine in una zona molto povera e paludosa. Con tutto quello che sta succedendo! È ragionevole? Sono domande a cui si risponde in un modo o nell’altro a seconda del criterio “morale” con cui le guardiamo: il futuro ha una promessa di compimento dell’umano senza eguali o è solo una minaccia da cui difendersi? Davanti a questi grandi criteri di moralità, ci siamo tutti ritratti.

Abbiamo tutti bisogno di luoghi in cui ci vengano ricordati questi criteri. Che questo tesoro esiste. Come nel Meeting. Questa è la Chiesa

Jesús de Alba (pubblicato su Páginas Digital)